
Giornalista d’inchiesta e corrispondente di guerra, Giuliana Sgrena ha dedicato oltre trent’anni alla documentazione di conflitti e ingiustizie, inviata de “Il manifesto”, collaborando anche con altre testate internazionali come “Die Zeit”. Nata a Masera (Piemonte) nel 1948, ha raccontato dall’interno crisi umanitarie in Algeria, Somalia e Afghanistan, concentrandosi sulle vittime civili e sulla condizione delle donne nel mondo islamico, tema al centro del suo libro Il prezzo del velo. La sua carriera è segnata da un impegno radicale per le verità scomode: nel 2005, mentre indagava a Baghdad sull’uso di fosforo bianco da parte degli Usa in Iraq (avutone poi la conferma), fu rapita da un gruppo armato iracheno. Durante il mese di prigionia, i suoi video-appelli e le foto di bambini feriti da bombe a grappolo, diffuse globalmente, misero sotto pressione governi e opinione pubblica. La sua liberazione, il 4 marzo 2005, si trasformò in tragedia: un checkpoint statunitense aprì il fuoco sull’auto dei servizi segreti italiani che la trasportava, uccidendo l’agente Nicola Calipari e ferendo lei. L’episodio, oggetto di aspre dispute diplomatiche tra Italia e USA, rivelò le zone grigie delle operazioni militari e la mancanza di coordinamento tra alleati. Sgrena ha sempre contestato la versione ufficiale americana, sostenendo che non vi fosse alcun posto di blocco segnalato.
Nel 2003, fu insignita del titolo di Cavaliere della Repubblica per il suo contributo al giornalismo. Dopo il sequestro, ha continuato a denunciare gli abusi in zone di guerra e a difendere i diritti umani, anche attraverso l’impegno politico con Sinistra Ecologia Libertà, partecipando a due campagne per le elezioni europee (2009 e 2014). La sua voce rimane un simbolo di coraggio: un giornalismo che non teme di sfidare i potenti, pagando spesso un prezzo personale estremo per dare voce a chi non ce l’ha.

